Read The Mystic Fable, Volume One: The Sixteenth and Seventeenth Centuries by Michel de Certeau Michael B. Smith Online

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The culmination of de Certeau's lifelong engagement with the human sciences, this volume is both an analysis of Christian mysticism during the sixteenth and seventeenth centuries and an application of this influential scholar's transdisciplinary historiography....

Title : The Mystic Fable, Volume One: The Sixteenth and Seventeenth Centuries
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ISBN : 9780226100371
Format Type : Paperback
Number of Pages : 384 Pages
Status : Available For Download
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The Mystic Fable, Volume One: The Sixteenth and Seventeenth Centuries Reviews

  • AngelusNovus
    2019-01-04 13:06

    «Senza perché, il troppo di una «pienezza» eccede lo spazio in cui si dà».Qualche anno fa l’editore Laterza ha pubblicato una serie di libri di storia composti da vari articoli. Il loro scopo era quello di delineare, attraverso lo sforzo di vari storici, la quintessenza dell’uomo che visse in determinati periodi della storia dell’umanità. Ecco allora apparire volumi come L’uomo medioevale e L’uomo moderno, pieni di scritti che andavano a investigare le qualità morali, intellettuali e sociali delle personalità che, nel passato europeo, avevano significato qualcosa di speciale nel mondo della cultura, piuttosto che della politica o della religione. Non è mai uscito un volume intitolato L’uomo contemporaneo ma probabilmente, anche se fosse stato pubblicato, non vi sarebbe stata traccia di Michel de Certeau. La vicenda che lo riguarda, a mio avviso, ha molto in comune con la vicenda di un altro straordinario pensatore, Agostino d’Ippona, al tempo stesso nucleo della Chiesa (e mi riferisco qui alla Chiesa spirituale) e grande assente da essa (e qui, invece, mi riferisco alla chiesa temporale).Michel de Certeau è uno dei grandi nomi della contemporaneità eppure nella contemporaneità egli è stranamente assente o, quantomeno, in ombra rispetto ad altri. Forse già anticipatore del postmodernismo, egli ha saputo incarnare tutte le potenzialità del genio senza mai perdere di vista, nemmeno per un attimo, quell’estrema modestia che lo ha sempre caratterizzato. La sua sensibilità e la sua curiosità verso ogni tipo di sapere lo ha portato dai territori della storia a quelli della filosofia, della sociologia, della psicologia, dell’arte. La sua incessante ricerca, a mio avviso, prendeva il via dalle domande che Michel de Certeau si poneva nei confronti di sé stesso. Ogni pagina, ogni riga, ogni parola che leggo proveniente dalla penna di de Certeau mi trasmette l’incessante lotta di questo straordinario gesuita che, posso immaginare, più volte si è trovato combattuto tra il senso di appartenenza ad un Ordine e la verità della scienza umanistica che incessantemente perpetuava attraverso i suoi studi. Riserbava al divino il nome di «sconosciuto», sia che si inoltrasse nei territori della mistica (di cui fu approfondito studioso e narratore irripetibile) sia che vagasse in quelli della psicanalisi. Attento osservatore anche del tempo storico che esso stesso viveva ne seppe identificare le ferite profonde, ma anche le inespresse potenzialità e le speranze che in esso covavano all’oscuro degli sguardi indiscreti. Fece della ricerca dell’Altro il suo quid, tanto nella spiritualità quanto nell’opera di storico e storiografo, indicando nella partecipazione umana e nell’umana azione e interazione su questo mondo il centro della sua ricerca.I testi raccolti in questo libro appaiono per la prima volta in traduzione italiana e si riferiscono a una serie di studi Sulla mistica, appunto, che de Certeau scrisse a partire dal 1964. Alcuni di essi verranno poi rivisitati e sistematizzati per essere inclusi in uno dei suoi capolavori, e forse uno dei più grandi capolavori sul tema, La Fable mystique, nel 1982.La straordinaria finezza di Michel de Certeau lo porta a sgombrare subito il campo da ogni sospetto:«non potrebbe essere accettata la finzione di un discorso universale sulla mistica, dimenticando che l’indiano, l’africano, o l’indonesiano non hanno né la stessa concezione, né la stessa pratica di quel che noi chiamiamo con questo nome».È il rigore dello storico che qui mette in campo de Certeau. Si rende conto di come la sistematizzazione dei concetti per spiegare il mondo non possa che essere influenzata a suo tempo dai concetti stessi, irriducibile, e per questo ancorata a una storia che non può che essere la nostra storia particolare. E sa che all’interno di questa storia la mistica si configura come una deviazione dai sentieri normalmente o consuetudinariamente intrapresi per ricercare il divino nascosto, mistico appunto. Il termine così inteso si è affermato solamente a partire dal XVI e dal XVII secolo, quando l’unità religiosa che contraddistingueva l’Europa è andata via via polverizzandosi, disperdendo il senso fideistico e dando luogo a due reazioni. Da un lato il nuovo consolidamento attorno alle fedi istituzionalizzate, dall’altro la progressiva emarginazione del mistico che da parola comune per indicare qualsiasi fatto religioso passa, sostantivizzata, a indicare fatti isolabili (cioè eventi straordinari), tipi sociali (sono questi i secoli dei grandi mistici, uomini e donne) e una scienza particolare (la tecnica mistica). Alla preoccupazione storica però de Certeau aggiunge l’interesse psicologico e psicosomatico nei confronti di una pratica che ha sempre suscitato reazioni estreme, dal rifiuto alla venerazione. Quello che non finirà mai di sottolineare è come l’esperienza mistica sia paradossale in quanto tenta di fondere visibile e invisibile in un gioco di eterno squilibrio tra questi due poli. Rendere con tecniche visibili il volto, la voce, la parola dell’invisibile non può che risolversi in questa paradossalità sempre rinnovata. Quel che più conta è capire come questa esperienza sia «evento» di qualcosa di Altro, che modifica la vita, rinnova il linguaggio e la stessa nozione di Dio. La paradossalità dei questo tipo di esperienza viene ben trasmessa da un brano di Jean-Joseph Surin, gesuita ed esorcista famoso per aver partecipato alle vicende di Loudun nel 1634-1637:«La sua opera è quella di distruggere, devastare, abolire e, poi, ricostruire, ristabilire, risuscitare. È meravigliosamente terribile e meravigliosamente dolce; più è terribile, più è desiderabile e affascinante. Nelle sue esecuzioni è come un re che, marciando alla testa delle sue armate, fa piegare tutto… se toglie tutto, è per comunicarsi lui stesso senza limiti. Se separa, è per unire a lui ciò che separa da tutto il resto. È avaro e liberale, generoso e geloso dei suoi interessi. Richiede e dà tutto. Niente lo può sazie e, tuttavia, si accontenta di poco perché non ha bisogno di nulla».E de Certeau indica come in questo racconto non si debba leggere Dio quanto l’esperienza di qualcosa che non riceve prove o ragioni dall’esterno. La verità che essa indica non ha giustificazione alcuna se non quella di un «riconoscimento», segno di chi è stato abitato dall’esperienza stessa. Essa si impone. L’esperienza mistica è a un tempo sempre nuova e continuamente ripetuta e nel suo imporsi essa si dispone come itinerario, di essere in un altrove che non è qui e ora. Il luogo che è stato marcato dalla prossimità del divino però non può circoscriverlo o identificarlo, il mistico intuisce che la geografia non può trattenerlo se non per depotenzialo e quindi, sostanzialmente, corromperlo. La rivelazione del mistico, qualsiasi mistico, mette continuamente a repentaglio l’unità della comunità del credenti:«Mio figlio, che Dio ti nasconda il senso apparente della Legge e ti manifesti la verità dell’empietà. Il senso apparente della Legge è empietà occulta e la verità dell’empietà è conoscenza manifesta. Ora dunque: lode a Dio che si manifesta sulla punta di un ago a chi Egli vuole e si nasconde nei cieli e sulla terra agli occhi di chi vuole, per quanto uno attesti “che Egli non è” e l’altro attesti, invece, “che non vi è che Lui”. Ora né colui che nega l’esistenza di Dio è respinto, né colui che ne confessa l’esistenza è lodato. Il fatto di questa lettera è che tu non abbia a spiegare nulla tramite Dio, non ne tragga alcuna argomentazione, non desideri né amarlo, né non amarlo, non abbia a confessare la tua esistenza, né sia incline a negarla. E soprattutto, guardati dal proclamare la sua Unità!».Al Halladj mette ci mette in allarme, come gli altri mistici, contro le apparenze. La relativizzazione delle istituzioni e delle loro sicurezze, insomma, all’interno di una cornice spirituale configura già la mistica in uno dei suoi sensi più radicali.Ma la mistica non sarebbe senza il livello comunitario, senza il suo discorso socialmente radicato. Per quanto il mistico sia singolarità eccezionale egli si deve sempre riportare al contesto che lo ha generato e che lo accoglie, o che lui, accoglie, dopo aver esperito l’altrimenti. Per lui, veramente, «far posto all’Altro è far posto ad altri». Abdicando al privilegio di quello che gli è accaduto torna a farsi uomo come gli altri uomini, nascondendosi per pudore nel linguaggio di tutti, radicandosi democraticamente in un “non sapere” comune. Al linguaggio sociale, composto non solamente da parole scritte ma anche dalla comunicazione non verbale che ingloba codici di riconoscimento, gerarchizzazioni sensoriali e fissità istituzionali, si deve aggiungere anche il linguaggio del corpo che, per il mistico, è medium indispensabile:«Il mistico riceve dal proprio corpo la legge, il luogo e il limite della propria esperienza»Il linguaggio mistico è quindi in larga parte corporale. Somatizzata sino al grado più estremo l’esperienza mistica assottiglia il confine che la separa dalla patologia, rendendolo sempre più sfumato.Le tematiche affrontate in modo generale in questo primo articolo saranno riprese in modo approfondito anche nel secondo, focalizzate però all’interno della tradizione mistica del XVII secolo. La preoccupazione di de Certeau è in questo articolo quella di spiegare come la nascita di un linguaggio nuovo sia spesso mistificata a causa dei suoi legami con il linguaggio precedente. La verità del nuovo linguaggio mistico risiede invece nel movimento di rottura che esso ha comportato nei confronti delle tradizioni precedenti.Nel terzo saggio, intitolato L’esperienza spirituale non si può non apprezzare l’estrema competenza e al tempo stesso la straordinaria semplicità ed umiltà di de Certeau. Testimone nel modo più estremo di un modo di studio che è anche modello di vita: «Non si può parlare da professore quando si parla di esperienza. Non oserei nemmeno dire di parlare da testimone. Che cosa è infatti il testimone? Colui che altri designano in questo modo. Quando si tratta di Dio, il testimone, pur designato da chi lo invia, rimane sempre mentitore; sa bene che, senza poter parlare diversamente da come fa, nondimeno tradisce colui di cui parla. […] Sono solo un viaggiatore […] ho appreso, in mezzo a tante voci, che potevo solo essere persona comune tra molte altre».Premessa assoluta. Dichiarazione vertiginosa di un uomo che si presterà a parlare dell’evento, del luogo, di un itinerario della mistica. Confessione strettamente legata alla struttura enunciativa del saggio stesso, legata indissolubilmente in modo particolare al VI paragrafo, «La vita comune: la presenza dell’altro»:«Che cosa vuol dire «non senza»? se da parte mia la riprendo, penso che tale categoria possa designare quel che il Vangelo ci insegna di più misterioso: Dio non può vivere senza di noi. Questo vuol dire ancora che Gesù, come uomo storico, non può vivere né parlare senza coloro che lo seguiranno e ancora l’ignorano. Questo nuovamente vuol dire che ciascuno di noi non può vivere senza ciò che ignoriamo, senza un aldilà di noi stessi che non conosciamo più, non ancora oppure neanche mai. Nell’itinerario o nell’incoerenza di ogni esperienza personale, ogni istante di verità – esperienza affettiva, delucidazione intellettuale, incontro con qualcuno – perderebbe il suo significato se non fosse legato ad altri, ed infine all’Altro. Non ha senso se non nella misura in cui è inconcepibile senza altri momenti, senza altri incontri».Il quarto saggio si occupa in modo approfondito della storia della mistica all’interno dell’Ordine gesuita, a cui de Certeau apparteneva, in un periodo che va dal generalato di Claudio Acquaviva (1581) sino alla fine del 1600. Il saggio affronta le impostazioni teologiche dei grandi interpreti gesuiti della mistica, sondando ancora i fenomeni spirituali più famosi dell’epoca, come ad esempio il quietismo, manifestando attraverso le lettere il rispetto dello studioso nei confronti della materia studiata.Nel quinto saggio Michel de Certeau si concentra nelle pratiche di comunicabilità dell’esperienza mistica stessa, ed esso si configura sin da subito come uno dei nuclei pulsanti della sua intera ricerca. Caposaldo imprescindibile dell’esperienza stessa, la comunicazione del fatto mistico è a questo stesso fatto consustanziale. Il procedimento era stato preso in esame anche nei precedenti saggi ma mai come in questo caso la scrittura di de Certeau si fa luminosa e a un tempo oscura, riflettendo essa stessa quelle caratteristiche che sono proprie dell’esperienza mistica stessa. Mi sono spesso domandato, leggendo de Certeau, se fosse possibile parlare in questo modo di mistica senza aver esperito mai nessun grado di rapimento. La sensazione che si ha leggendo queste righe, che non sono visioni ma che sono frutto di studio e dedizione, è quella di trovarsi davanti a una persona che i territori della mistica li ha conosciuti non solo sotto lo sguardo dello studioso ma con l’estasi violenta del rapito. Solo l’umiltà infinita di questo scrittore, a mio avviso, riesce a celare l’evento di cui è stato partecipe ma esso non può non emergere dalle vive parole dei suoi saggi. Basta leggere, anche diffusamente, capitolo, intitolato L’enunciazione mistica per rendersene conto, specialmente l’ultimo paragrafo. Sono particolarmente affezionato a questo capitolo perché indaga l’insorgere della scrittura mistica, insorgere che proviene da altro luogo e da altro scrittore:«All’inizio della scrittura mistica, v’è ciò che da altri giunge senza ragione. La poesia, e secondariamente, il sogno. Un «v’è» – «es gibt», si dà (Heidegger) – è un cominciamentoLa poesia non nasce: genera. Sopraggiunge una estraneità che avvicina, con una necessità che la fonda nominandola, senza che nulla di esteriore ad essa (nemmeno il senso, perché essa viene da più lontano) la confermi o la autorizzi. Semplice enunciatore di tale dominazione instauratrice, il poeta obbedisce alla sua necessità. «Le appartiene perché è necessario». Egli fa strada a quell’«avvenimento dell’avvenire», che è sottratto al tempo.Et soudain vient, fond sur nousUne Étrangèrel’Éveilleusela Voix façonneuse d’hommes».Sempre secondo il gioco continuo e assurdo di ogni discorso sul divino, de Certeau ci guida in questa lettera che appartiene a un luogo altro:«Questa poesia non è dell’ordine di ciò che i mistici chiamano «scrivere», e che concerne il commentario o il trattato. Essa si scrive».Da Dante a Giovanni della Croce, da Teresa d’Avila a Surin è sempre la stessa sorgente che alimenta le scritture di questi uomini e donne, toccati, sconvolti e affascinati dall’esperienza da loro vissuta:«Nell’essere sempre meno di quel che da essa giunge e permette una genesi, la poesia mistica è in relazione con quel nulla che apre ad un avvenire e, più precisamente, con quella sola parola «Yahvé» - mediante la quale si può perennemente nominare ciò che mette in movimento (partir)».Se il quinto saggio esplora la funzionalità del dire, Estasi bianca, il sesto, affronta la possibilità del vedere. L’evidente assurdo di poter rendere secondo espressioni umane questo oltre cui l’esperienza mistica fa accedere viene reso da de Certeau con parole secche, che tuttavia aprono spazi di ragionamento estesi e ancora fertili:«Vedere è divorante. Le cose che vediamo sono meno il segno di una vittoria del vedere quanto i limiti alla sua espansione».Spende parole sui pittori, gli unici forse veramente consci di questo pericolo del vedere, e ci rende ancora partecipi dei suoi più intimi pensieri, delle sue speranze e delle sue paure:«Sembrate sorpresi. È vero, è terribile vedere. La Scrittura dice che non si può vedere Dio senza morire. Essa indica certamente che vedere suppone l’annientamento di ogni cosa vista. Devo confessarvi che sono anch’io preso da timore? Con l’età, con la meschinità che l’anzianità ci insegna, mi tengo stretto sempre più ai segreti, ai dettagli testardi, alle macchie d’ombra che difendono le cose, e noi stessi, contro una trasparenza universale. Mi tengo stretto a questi minuscoli frammenti notturni. Le miserie stesse che la vecchiaia moltiplica diventano preziose perché frenano, anch’esse, la marcia della luce. Non parlo del dolore, perché non appartiene a nessuno. Rischiara troppo. Soffrire abbaglia. È già vedere, proprio come non vi sono visionari se non privati di sé e delle cose, grazie alla fascinazione delle sventure che visitano il paese. No, io parlo di intimità bizzarre, là al ventre, qui alla testa, il tremolio, la contrazione, la difformità, la crudezza stupida di un corpo d’altri sconosciuto. Chi oserebbe liberarle? Chi vorrebbe disappropriarcene? Esse ci preservano sa strani ripari. Sono i nostri brandelli di storia, dei riti segreti, delle astuzie e delle abitudini con ombre schiacciate in luoghi nascosti del corpo».È nel successivo saggio, Mistica e psicanalisi che de Certeau riconferma la sua curiosità a tutto tondo verso quelle discipline che potevano andare in suo aiuto negli argomenti che più lo appassionavano. E di dimostra conoscitore della materia, da Freud a Lacan, abile a maneggiare gli strumenti ermeneutici più adeguati per penetrare i misteri dello sconosciuto.L’ultimo saggio del libro potrebbe essere considerato la versione preliminare di La Fable mystique, concentrandosi sulle personalità storiche inerenti alla mistica del XVI e del XVII secolo e fondandosi sulla massa documentale conservata negli archivi a disposizione dello storico. Qui è il rigore della storia che informa la scrittura di de Certeau. Parte dall’archivio e ritorna ad esso a percorso concluso. Nel suo itinerario incontra istanze sociali, religiose, politiche. L’ermeneutica del corpo visitato è messa in relazione con le istituzioni dell’epoca, con le loro trame in cui potere temporale e potere spirituale si intrecciano in maniera simbiotica. L’obiettivo di de Certeau è qui da un lato di determinare che cosa sia la mistica quando rinasce nel contesto delle nuove scienze sociali e, dall’altro, vedere come essa viene considerata all’interno di queste stesse discipline. Un percorso fitto di informazioni, che de Certeau certo non risparmia di darci, ma anche di luoghi silenziosi che rimangono tali per rispetto ma anche per una effettiva impossibilità di dire.In coda al volume una interessante raccolta di appendici tra cui, fondamentale, la trascrizione della biblioteca mistica di de Certeau e una serie di volumi e saggi a lui dedicati.Questo volume è uno scrigno di tesori. I testi contenuti al suo interno sono al tempo stesso spaccati del loro tempo storico e proiezioni verso un futuro ancora gravido di sviluppi. Ma, soprattutto, ogni parola del volume lascia trasparire la passione di un uomo per l’uomo e per il divino. Michel de Certeau, luminoso astro custode alla ricerca di un linguaggio comune perché «la mistica è l’anti-Babele, ricerca di un parlare comune dopo la sua frattura, invenzione di una lingua degli angeli, poiché quella degli uomini si dissemina».

  • Pelagius
    2019-01-10 07:23

    Read in the full openness to what it has to teach, to the door it shows as it attempts to explain the arcane art of mental walking, this book is a valuable contribution to the method for understanding mystic literature without ruining it in any way or divesting it. Pearls are not thrown to the swine. What is to be sealed remains sealed. The mystic expression is hermetic and impenetrable to any verbal dissection and over-rationalizations of it will only make the gates fade away and leave an empty wall in front of square-minded individuals. Michel du Certeau has given us who truly wish to understand and who lack the context wherein to find the appropriate signs, a valuable gift. Not a tool but a word of advice that makes all the difference in the world.

  • Michael
    2018-12-25 07:02

    cross posting to http://historyofsleep.wordpress.com/For some reason I’ve been avoiding history books since college, but I went back to this one (I bought it for a college class and read the first two chapters then.) I guess I have an aversion to both smooth-reading popular histories like Steven Ambrose (that rely on strong characters and moments of pathos) and academic histories (that are so full of details that I haven’t yet been convinced I should make room for in my head.) I like de Certeau’s approach though… he starts with an inquiry (what were the defining characteristics of the Christian “mysticism” that moved through Spain and France in the 16th-17th centuries) but he focuses only on stuff that he thinks really matters, while at the same time pleading convincingly the case of why it matters, rather than building me a comfortable narrative arc on which to ride through. It’s probably not rigorous, but I trust him well enough.I’m wondering if anyone has good recommendations for history books along those lines… written with a healthy distrust for narrative and keeping its eye always on the very big picture, not devolving into he said-she said minutiae. Preferably really, really well-written, involving the Americas or Western Europe in the past six centuries.

  • Trudy
    2019-01-16 13:08

    This is a very challenging book. De Certeau is a wonderful historian and great intellectual (or was!), but his style here is dense and he expects readers to have a grasp of the history of ideas prior to reading this book. He tackles and develops many ideas, including the way in which mysticism was both social practice and driven inwards, psychologically, by "desire", a sort of demonic push or fire towards the "other" or the unknown. Among other interesting historical information is an explanation of how science and rational views displace --in a way-- the hold of the Church, and how Reformation's sphere of influence found more fertile ground in the European countries farthest from Rome. However, it really is a history of mysticism in France and Spain during the Middle Ages and Baroque eras, with insightful concepts and ideas that can help illuminate the contemporary world.