Read Sappiano le mie parole di sangue by Babsi Jones Online

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Sette giorni di assedio tra le mura sgretolate di un condominio di Mitrovica abitato solo da reietti. La reporter straniera venuta per parlare al mondo intero delle cose sconvolgenti di cui è stata testimone dovrebbe scriverne la cronaca, consegnare al suo Direttore il reportage di questo pogrom, ennesimo episodio balcanico di una guerra senza fine. Ma non ci sono parole pSette giorni di assedio tra le mura sgretolate di un condominio di Mitrovica abitato solo da reietti. La reporter straniera venuta per parlare al mondo intero delle cose sconvolgenti di cui è stata testimone dovrebbe scriverne la cronaca, consegnare al suo Direttore il reportage di questo pogrom, ennesimo episodio balcanico di una guerra senza fine. Ma non ci sono parole per narrare l'inenarrabile, o meglio possono solo esserci parole "che sanno di sangue". Il taccuino avanza a frammenti, perché il mosaico dello sconquasso bellico non conosce armonia. Nel quasiromanzo di Babsi Jones si aprono divagazioni che "come lebbra si sbranano il corpo narrativo": mentre la popolazione serba, prima dell'arrivo delle milizie albanesi, viene evacuata, si mette in marcia non si sa verso dove, lei resta e racconta. Quelle lettere al Direttore non saranno mai spedite, perché non è più possibile la nuda cronaca, se non per brevi flash, e la lingua può attingere solo ai toni del dramma, dare origine all'epica di una sconfitta. Mitrovica potrebbe essere Sarajevo o Beirut o Kabul: l'Europa finge comunque di non vedere, riconosce ragioni che non esistono perché l'unica ragione della guerra è che "ci sono vincitori e sconfitti, e un banchetto in cui carnefici e martiri si scambiano troppo spesso di posto". Sappiano le mie parole di sangue, omaggio ad Amleto (portatore sano di ogni dubbio e di ogni follia), è il romanzo d'esordio di una scrittrice che crede nelle contraddizioni. La sua è una scrittura impura, che rifugge dall'ovvio, dove reale, iperreale e surreale si contaminano. È una scrittura potente che priva il lettore di certezze e lo lega alle pagine che scorrono via rapide inseguendo il ritmo tachicardico del cuore....

Title : Sappiano le mie parole di sangue
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ISBN : 9788817017657
Format Type : Paperback
Number of Pages : 264 Pages
Status : Available For Download
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Sappiano le mie parole di sangue Reviews

  • Gerardo
    2019-04-19 12:57

    Il titolo è una rivisitazione di una battuta dell'Amleto, come viene ripetuto continuamente nel libro. Partendo da tale figura, si possono capire molte cose di questo libro dalla non facile lettura. Amleto è un principe che deve vendicare la morte del padre, ma la sua tragedia sta nel fatto che sa quanto è successo anche se non può dimostrarlo. E' un personaggio che ha difficoltà a comunicare la realtà, per questo non può far altro che agire: l'azione lo fa vincere, ma lo conduce anche all'autodistruzione. Questo è un romanzo di chi non sa comunicare ciò che sa, la difficoltà di lettura rappresenta al meglio un evento storico tra i più confusi della storia recente: le guerre civili jugoslave. Questa guerra è stato uno dei più grandi fallimenti dell'Occidente: i ricchi stati europei non riuscirono a capire neanche quali fossero le forze in campo. E ben presto, questo creò una grande confusione su chi fossero i carnefici e chi le vittime. Dopo tutto, non è mai facile, in una guerra, definire chi siano effettivamente i cattivi: le dinamiche sono complesse, le cronologie degli eventi confuse e sempre migliorabili. In questa grande confusione, la protagonista decide di fare una scelta: schierarsi dalla parte dei Serbi. Scelta forte, poiché dopo la guerra fu sancito che i Serbi fossero effettivamente i cattivi. Eppure, scavando nel passato di questo popolo e dei Balcani, Jones cerca di far capire come tutti, nessuno escluso, abbiano ricoperto a turno il ruolo di vittime e di carnefice. Nell'impossibilità di scegliere il più cattivo reale, Jones difende i cattivi di turno per dimostrare che le cose non sono mai in bianco e nero. Jones non può dimostrare la sua tesi, perché le sue parole non sono la realtà: allora può solo inscenare quella realtà e attraverso la scena dirla. Un po' come Amleto che attraverso lo spettacolo teatrale cerca di rappresentare l'assassino del re: ci sono verità che solo fingendo si possono dire. Jones è, però, anche una ragazza che non ha nulla da dire: è figlia di un occidente vacuo. Per questo motivo decide di immergersi in questo scenario assurdo: per poter dire qualcosa, dare sostanza al proprio essere. Lei può scrivere soltanto appropriandosi di un qualcosa che non è suo. Ha bisogno della guerra degli altri per combattere la sua guerra (leitmotiv di tutto il romanzo). Dietro il romanzo di Jones non c'è solo Shakespeare: c'è anche Beckett. Il parlare per il parlare, il recitare per il recitare, lo scrivere per lo scrivere. Questo romanzo è il grande conato di una persona che non sa cosa dire di sé e quindi, per esistere, deve parlare di ciò che non è suo. Non è la guerra che viene trasmessa attraverso Jones, ma è la stessa Jones che esiste attraverso la guerra. Ed è questo, forse, che può infastidire della sua scrittura: lo sforzo al martirio solo per poter raccontare l'estremo, il quale ha sempre una parvenza di 'originalità'. (Sia ben chiaro: questo è ciò che il romanzo mostra, non sta scritto da nessuna parte che quanto detto sia effettivamente accaduto. E il personaggio autore che si mostra così, non l'autore in sé per sé). Narrativamente, il romanzo racconta ben poco: sono microscene di vita da rifugiato. Ogni evento diviene simbolo e occasione di monologo interiore. Alcuni pensiero convincono, altri sono piacevoli stilisticamente, altri stuccano. Il racconto di questa settimana a Mitrovica termina con una pagina che è uguale alla prima, rigettandoci in una narrazione circolare (anche se la vera coda del romanzo è un piccolo testo sull'Amleto). L'unica variazione sta nell'inizio di questa pagina ripetuta: il 'dovrei dirti...' della prima pagina diventa il 'devo dirti' dell'ultima. Ogni atto di parola, all'inizio, è sempre potenziale: solo quando viene pronunciato diventa necessario perché esistito. Il romanzo, nel suo incipit, è un desiderio di scrittura (e lettura): è potenziale. Il romanzo, alla sua fine, è detto e quindi si deve dirlo, anche se in realtà è più un ri-dire. Infatti, vista la complessità del romanzo, si è invitati a rileggerlo. A ripetere la parola, a ripetere il già detto. Anche perché il finale, l'incontro con un attore che ha recitato l'Amleto, è capace di spiegare quello che è stato detto prima. Il tentativo della Jones è stato un buon tentativo, ma purtroppo ha creato un'opera poco armoniosa: alcune parti molto interessanti si alternano a parti noiose, a volte un po' stucchevoli perché sembrano atteggiarsi a pensiero 'controcorrente'. Ma in questi casi la posa si rivela essere quello che è: puro atteggiamento, senza sostanza. O, almeno, questa è l'impressione che mi ha dato. Peccato che sia scomparsa dalla scena letteraria, un primo romanzo del genere prometteva grandi cose per il futuro. E allo stesso tempo, questo romanzo non merita neanche la fine che ha fatto: copie vendute a prezzi stracciati pur di liberare gli scaffali di chissà quale magazzino.

  • Edward S. Portman
    2019-04-13 12:50

    In un periodo come quello attuale, durante il quale si tende a dimenticare facilmente il passato, anche prossimo, a favore di un presente che è sempre più veloce e di facile consumo, ricordare una guerra che già all’epoca, nonostante la vicinanza, separati soltanto da un mare basso quale l’Adriatico, veniva poco “pubblicizzata” rispetto a quella più nera e sporca di petrolio del Golfo, è senz’altro cosa buona e giusta.Buona e giusta, si Direttore, perché Babsy Jones lo fa non stendendo un freddo reportage, trascrivendo solo avvenimenti e fatti vari, ma scavando, spesso con le unghie, rompendosele (e non ci sono cerotti da appiccicare attorno alle dita in queste pagine, né assorbenti da mettersi tra le cosce per tamponare le mestruazioni); scavando quel terreno duro che è la storia, cercando in un modo o nell’altro di riportare alla luce la verità, ovvero il dramma che si porta dietro qualsiasi guerra, anche quelle che non si guardano e a cui si volta le spalle senza prestarci attenzione.Questo quasi romanzo, così Direttore lo definisce la stessa autrice nei ringraziamenti, è scritto senza ordine temporale né alcuna pretesa di continuità, salta da un momento all’altro, dal prima al dopo, con lo stesso incessante ritmo che hanno le cose urgenti da raccontare, troppo importanti da potersi fermare e mettersi al tavolo a riordinare, le idee e le parole. No Direttore, quello che si trova per le mani, se mai avrà trovato il coraggio di comprare questo libro e di spogliarsi di ogni cosa - e non parlo di vestiti - per tuffarsi a leggerlo, a capofitto, chino sulle pagine, è un libro in cui ogni sua singola parola porta ancora ben impressa la ferita che ha provocato per venire fuori, per finire stampata su carta, impressa non tanto con inchiostro quanto piuttosto con sangue, il sangue di chi prima possedeva queste parole e che si è lasciato squartare da dentro dalla loro feroce furia violenta di voler venir fuori, di vedere il sole. E poco importa, Direttore, se alla fine le parole stesse sappiano più di macerie e detriti e case crollate e strade ridotte a brandelli e sassi massi buchi sull’asfalto, che non di sangue vero e proprio: quello rimane appiccicato, rappreso, secco, sui loro contorni, nelle curve delle a, nei cerchi perfetti delle o, nelle viscide sinuosità delle s, o nella fredda forma delle i e nelle spigolose linee delle t, a formare croste sotto cui si nasconde ancora la ferita viva. Poco importa, Direttore, perché questo è un gran bel libro, in culo a te che non lo volevi neppure pubblicare.

  • Intortetor
    2019-04-03 12:03

    bah: arrivare in fondo al libro è stato un duro viaggio, ma non per la durezza dell'argomento (quella guerra nella ex yugoslavia che ora sembra un avvenimento di secoli fa: chi ci pensa più? chi ricorda di averla vissuta in diretta televisiva?), ma er la presenza costante e sin da subito irritante dell'autrice/protagonista. non so, più di una volta mi è venuto da recuperare lo storico grido di monicelli su nanni moretti e i suoi film, "levati, fammi vedere il film".: ecco, babsi, levati dalla scena, fammi vedere la tragedia di quella guerra, di chi non può scappare dalla guerra e aspetta e ha paura di cosa sta aspettando. e sai una cosa? ha forza di sfogarti contro l'umanitaria, di far vedere quanto il tuo approccio alla realtà serba sia differente, hai finito per rendermela simpatica.

  • Fabio Tassi
    2019-04-10 16:38

    Un libro necessario.Per capire l'orrore di una guerra civile europea a due passi da casa e di un genocidio coperto dai mezzi di informazione che hanno mascherato la realtà - dove ci sono pogrom non c'è mai giustizia o umanità.

  • Carlo Mayer
    2019-03-28 13:48

    Non finito